Delle innumerevoli "sequenze'"
- o inni extra canonici - che il medioevo produsse, solo quattro
sopravvissero al Concilio di Trento con qualche residua funzione
liturgica (fra cui la più nota è il Dies
Irae, parte
della messa da Requiem). Ma, come in ogni eliminazione
che si rispetti, anche qui entrò
in azione un ripescaggio, sia pure a distanza secolare. In
pieno Settecento, papa Benedetto XIII ripristino una quinta
sequenza,
legata alla ricorrenza della Vergine Addolorata del 15
setteembre. Si tratta dello "Stabat Mater", inno
mariano risalente al XIII secolo, proveniente da ambito francese
e attribuito a
Jacopone da Todi. A partire dal tardo medioevo una vera e
propria processione di musicisti si è confrontata
con l'antico testo per volgerlo in musica, e fa parte del
novero anche Boccherini,
che
musicò il proprio Stabat Mater nel 1781 per
soprano e orchestra d'archi con violoncello obbligato, trascrivendolo
poi
vent'anni dopo per adattarlo a più solisti. Ma è spesso
la prima ispirazione la più felice: la versione originale
rimane la più
significativa e la più eseguita. Non certo celebre quanto
quella di Pergolesi; ma anche relativamente poco considerata
nell'ambito
della produzione boccheriniana. Boccherini dedicò scarsa
attenzione alla voce umana in confronto alla quantità di
musica strumentale che costituisce il grosso del suo lascito.
Eppure non ci sembra
di esagerare affermando che ignorare il suo Stabat Mater significherebbe contentarsi di un'immagine parziale e lacunosa
del compositore
lucchese. In parole semplici, lo Stabat Mater è un
capolavoro: di Boccherini e della musica sacra del suo secolo
in senso
lato.
Il testo latino è un inno doloroso: la Vergine è ai piedi della
croce in contemplazione del figlio crocifisso; il fedele, testimone
del suo strazio, le si rivolge in preghiera perchè lo aiuti a
essere partecipe del suo dolore e custode della Passione di Cristo
fino alla gloria del paradiso. La versione in musica di Boccherini
divide il testo in undici sezioni, corrispondenti ad altrettanti
numeri con varie indicazioni di tempo, da adagio ad allegro.
A differenza della versione di Pergolesi, che affiancava pezzi
musicati in "modo antiquo" a pezzi in stile moderno,
quasi arie d'opera, lo Stabat Mater di Boccherini,
pur ugualmente vario nei tempi, appare più stilisticamente omogeneo e ispirato a una
modernità che in alcuni tratti sembra già appartenere a una sensibilità romantica.
Fa eccezione un movimento fugato, il penultimo, Fac
me plagis, ossequio a una tradizione musicale che già ai tempi
di Boccherini veniva da lontano. Tutta la composizione è pervasa
da un sentimento intenso e commovente, probabilmente rivelatore
di una sincera religiosità dell'autore, una sorta
di pathos doloroso e tuttavia dignitoso e trattenuto che
non porta alla disperazione
ma si risolve nella contemplazione del valore soprannaturale
dell'avvenimento per la salvezza dell'anima. Gli accenti
toccanti raggiungono il culmine nell'incantevole larghetto Eja
Mater,
impostato su una vocalità raffinata e soavemente interpretato
dal solista o nel lento e quasi estatico andante finale Quando
corpus morietur. Senza tralasciare di citare il mesto e trascinante
andantino Virgo Virginum. Ma è difficile scegliere entro un'opera
così uniformemente bella.
L'esecuzione, attenta e partecipe, rende pienamente i pregi
della partitura. Un'orchestra cameristica di dimensioni ridotte
come
la Benedetto Marcello è probabilmente la più adatta
a questo pezzo - talvolta eseguito come quintetto d'archi
con l'aggiunta
della parte di soprano - e consente di cogliere le sfumature
e le minime vibrazioni della partitura. Bella e intensa l'interpretazione
di Barbara Vignudelli, che dà la misura dei suoi mezzi vocali
ed espressivi scalando con grazia e sicurezza difficoltà di non
poco conto ed è ugualmente efficace nei passaggi concitati, affrontati
con slancio, che in quelli assorti e meditativi. Si fa apprezzare,
fra l'altro, l'equilibrio dell'interpretazione, che pur concedendo
il giusto virtuosismo e alla coloratura, rimane lontana da atteggiamenti
belcantistici di provenienza teatrale. La scrittura boccheriniana
mantiene una sua specificità anche nelle parti melodiche,
bastevole a farle diverse da arie d'opera: improvvise intrusioni
di voci,
trapassi dinamici e sottolineature strumentali che questa
esecuzione coglie e valorizza con misura.
Ben fatto ed esauriente il booklet, completo di testo (ma,
piccolo neo, suddiviso nelle dodici sezioni che ne fece Pergolesi!).
Giancarllo Bernacchi
Musica n. 181, Novembre 2006