Luigi Boccherini
Stabat Mtaer
Barbara Vignudelli
Orchestra da camera Benedetto Marcello,
Flavio Emilio Scogna
TACTUS 740208, DDD, 45:42


Delle innumerevoli "sequenze'" - o inni extra canonici - che il medioevo produsse, solo quattro sopravvissero al Concilio di Trento con qualche residua funzione liturgica (fra cui la più nota è il Dies Irae, parte della messa da Requiem). Ma, come in ogni eliminazione che si rispetti, anche qui entrò in azione un ripescaggio, sia pure a distanza secolare. In pieno Settecento, papa Benedetto XIII ripristino una quinta sequenza, legata alla ricorrenza della Vergine Addolorata del 15 setteembre. Si tratta dello "Stabat Mater", inno mariano risalente al XIII secolo, proveniente da ambito francese e attribuito a Jacopone da Todi. A partire dal tardo medioevo una vera e propria processione di musicisti si è confrontata con l'antico testo per volgerlo in musica, e fa parte del novero anche Boccherini, che musicò il proprio Stabat Mater nel 1781 per soprano e orchestra d'archi con violoncello obbligato, trascrivendolo poi vent'anni dopo per adattarlo a più solisti. Ma è spesso la prima ispirazione la più felice: la versione originale rimane la più significativa e la più eseguita. Non certo celebre quanto quella di Pergolesi; ma anche relativamente poco considerata nell'ambito della produzione boccheriniana. Boccherini dedicò scarsa attenzione alla voce umana in confronto alla quantità di musica strumentale che costituisce il grosso del suo lascito. Eppure non ci sembra di esagerare affermando che ignorare il suo Stabat Mater significherebbe contentarsi di un'immagine parziale e lacunosa del compositore lucchese. In parole semplici, lo Stabat Mater è un capolavoro: di Boccherini e della musica sacra del suo secolo in senso lato.
Il testo latino è un inno doloroso: la Vergine è ai piedi della croce in contemplazione del figlio crocifisso; il fedele, testimone del suo strazio, le si rivolge in preghiera perchè lo aiuti a essere partecipe del suo dolore e custode della Passione di Cristo fino alla gloria del paradiso. La versione in musica di Boccherini divide il testo in undici sezioni, corrispondenti ad altrettanti numeri con varie indicazioni di tempo, da adagio ad allegro. A differenza della versione di Pergolesi, che affiancava pezzi musicati in "modo antiquo" a pezzi in stile moderno, quasi arie d'opera, lo Stabat Mater di Boccherini, pur ugualmente vario nei tempi, appare più stilisticamente omogeneo e ispirato a una modernità che in alcuni tratti sembra già appartenere a una sensibilità romantica. Fa eccezione un movimento fugato, il penultimo, Fac me plagis, ossequio a una tradizione musicale che già ai tempi di Boccherini veniva da lontano. Tutta la composizione è pervasa da un sentimento intenso e commovente, probabilmente rivelatore di una sincera religiosità dell'autore, una sorta di pathos doloroso e tuttavia dignitoso e trattenuto che non porta alla disperazione ma si risolve nella contemplazione del valore soprannaturale dell'avvenimento per la salvezza dell'anima. Gli accenti toccanti raggiungono il culmine nell'incantevole larghetto Eja Mater, impostato su una vocalità raffinata e soavemente interpretato dal solista o nel lento e quasi estatico andante finale Quando corpus morietur. Senza tralasciare di citare il mesto e trascinante andantino Virgo Virginum. Ma è difficile scegliere entro un'opera così uniformemente bella.
L'esecuzione, attenta e partecipe, rende pienamente i pregi della partitura. Un'orchestra cameristica di dimensioni ridotte come la Benedetto Marcello è probabilmente la più adatta a questo pezzo - talvolta eseguito come quintetto d'archi con l'aggiunta della parte di soprano - e consente di cogliere le sfumature e le minime vibrazioni della partitura. Bella e intensa l'interpretazione di Barbara Vignudelli, che dà la misura dei suoi mezzi vocali ed espressivi scalando con grazia e sicurezza difficoltà di non poco conto ed è ugualmente efficace nei passaggi concitati, affrontati con slancio, che in quelli assorti e meditativi. Si fa apprezzare, fra l'altro, l'equilibrio dell'interpretazione, che pur concedendo il giusto virtuosismo e alla coloratura, rimane lontana da atteggiamenti belcantistici di provenienza teatrale. La scrittura boccheriniana mantiene una sua specificità anche nelle parti melodiche, bastevole a farle diverse da arie d'opera: improvvise intrusioni di voci, trapassi dinamici e sottolineature strumentali che questa esecuzione coglie e valorizza con misura.
Ben fatto ed esauriente il booklet, completo di testo (ma, piccolo neo, suddiviso nelle dodici sezioni che ne fece Pergolesi!).

Giancarllo Bernacchi
Musica n. 181, Novembre 2006